Il commercio tra Italia e Stati Uniti rischia di entrare in una fase di forte incertezza, dopo che l’amministrazione Trump ha annunciato, il 12 febbraio 2025, il lancio del Fair and Reciprocal Plan. Si tratta di una strategia doganale che punta a ricalibrare le tariffe americane all’importazione, rendendole “reciprocamente eque” rispetto a quelle applicate dagli altri Paesi. La logica alla base del piano è semplice: se un partner commerciale impone tariffe più alte su un determinato bene, gli Stati Uniti faranno lo stesso. E l’esempio più citato, non a caso, riguarda l’automotive europeo: oggi le auto americane scontano una tariffa del 10% all’ingresso nell’Unione Europea, mentre quelle europee pagano solo il 2,5% per entrare nel mercato statunitense.
Sebbene nel 2022 le imprese americane abbiano pagato in media solo l’1,1% di dazi per esportare in Italia, contro il 3,1% medio pagato dalle imprese italiane per accedere al mercato Usa, il quadro è più complesso di quanto la media suggerisca. Infatti, oltre metà dei prodotti scambiati tra i due Paesi – il 51% – è soggetto a tariffe più alte in Italia, ma i settori in cui queste differenze si fanno sentire sono quelli in cui le esportazioni italiane sono più forti: trasporti, agroalimentare, meccanica, elettronica, gomma e plastica. In altre parole, se gli Stati Uniti dovessero davvero applicare una reciprocità perfetta, si aprirebbe uno scenario critico per le imprese italiane, con il rischio concreto di veder colpiti beni esportati per un valore complessivo di circa 32 miliardi di dollari.
Nel triennio 2022-2024, l’Italia ha mantenuto un saldo commerciale fortemente positivo con gli Stati Uniti, con un surplus medio annuo di 48,9 miliardi di dollari. I settori trainanti di questo successo sono stati la meccanica e l’elettronica (14,5 miliardi), l’agroalimentare (6,7 miliardi), i trasporti (6,4 miliardi), la chimica e farmaceutica (5,7 miliardi) e la moda, che da sola vale oltre 7 miliardi se si sommano abbigliamento, calzature, tessili, pelli e cuoio. Tuttavia, proprio questi comparti rischiano ora di essere colpiti dalle nuove misure tariffarie ipotizzate da Washington.
Nel caso specifico della produzione di mezzi per i trasporti, ad esempio, i prodotti italiani subirebbero un incremento tariffario medio di 5,6 punti percentuali, a fronte di un export annuo verso gli Usa di 6,6 miliardi. Una dinamica simile si osserva nell’agroalimentare, dove l’aumento delle tariffe potrebbe toccare i 5,8 punti, a fronte di un export di 1,9 miliardi. Il comparto meccanica ed elettronica, pur essendo il più rilevante in termini di valore – con 11,8 miliardi di export annui – vedrebbe aumenti tariffari più contenuti, attorno all’1,4%.
L’analisi, elaborata dal Centro Studi Assolombarda sulla base dei dati World Bank-WITS, mostra che su circa 1.200 prodotti classificati secondo il sistema SH6, ben 485 rischiano aumenti tariffari se si applicasse la reciprocità perfetta. In nove casi su dieci, l’aumento sarebbe moderato – sotto i 5 punti percentuali – ma sufficiente a ridurre la competitività di molti prodotti italiani negli Stati Uniti.
Al contrario, solo il 30% delle merci esportate dall’Italia affronta oggi dazi più elevati negli Stati Uniti rispetto a quelli imposti in Italia. Parliamo soprattutto di prodotti del sistema moda, che includono calzature, abbigliamento, tessili, pelli e cuoio. In questi comparti, teoricamente, un'applicazione della reciprocità dovrebbe portare a un alleggerimento delle tariffe statunitensi, ma non sembrano esserci segnali in questa direzione da parte dei decisori politici americani.
Il principio di reciprocità evocato dalla nuova amministrazione statunitense si presenta, quindi, come un potenziale fattore di destabilizzazione per le relazioni commerciali bilaterali. Non solo per i dazi, ma anche per altri strumenti fiscali, come l’imposta sul valore aggiunto. Peter Navarro, consigliere dell’amministrazione Trump, ha più volte indicato l’Iva europea come una barriera implicita, che arriverebbe a triplicare l’effetto delle tariffe applicate sulle merci americane. Tuttavia, poiché al momento non esistono dettagli su come queste componenti fiscali verranno integrate nel nuovo piano, l’analisi si è concentrata esclusivamente sulle tariffe doganali.
Le implicazioni per il sistema produttivo e logistico italiano sono tutt’altro che marginali. Un’eventuale guerra tariffaria metterebbe sotto pressione in particolare il settore della produzione di mezzi per i trasporti, dove le filiere sono fortemente internazionalizzate e i margini più vulnerabili. Le imprese potrebbero essere costrette a rivedere strategie di distribuzione, scelte logistiche e politiche commerciali, in un contesto già segnato da incertezze globali. In questo scenario, la sfida non sarà solo difendere le posizioni attuali, ma anche ripensare il posizionamento dell’Italia sul mercato americano.